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Il Birocciaio o Costruttore di Carri

 

Oggi i birocci si vedono solo in mostre di "cultura contadina" e, sempre più raramente, in qualche aia di casa colonica, abbandonati sotto una capanna e pensare che fino a qualche decennio fa erano i principali mezzi di trasporto nelle nostre campagne. Trainati da buoi e da vacche, venivano adoperati per i trasporti "eccezionali", ma anche per ostentare, soprattutto dai contadini possidenti, la propria posizione e potenza economica. Un po' come oggi, dove l'auto rimane ancora uno "status symbol", nonostante tutto ciò che si dica. I birocci erano carri enormi, rispetto al biroccino o alla treggia, con ruote molto alte e collocate su un asse portante in legno o in acciaio (secondo il periodo) detto sala, situato a metà dal piano di carico.

 

Questo piano era delimitato da alte sponde (quella posteriore era estraibile), spesso dipinte con motivi floreali e con figure sia maschili che femminili. Si trattava di un'arte "grezza", ma, in alcuni casi, raggiungeva una certa eleganza. Il colore di fondo, predominante, era l'azzurro, mentre le ruote venivano dipinte di rosso. Dai montanti della sponda anteriore, cioè quella verso il timone, partivano due bracci che si allungavano in avanti per 50-70 cm. che permettevano, all'occorrenza, l'aumento del carico. La costruzione era abbastanza semplice nel suo complesso: sull'asse delle ruote veniva fissato il timone e il piano di carico. Il timone, spaccato a coda di rondine sotto il pianale del carro, doveva essere lungo tanto da permettere l'attacco di un paio di bestie e realizzato con un buon legno, forte e resistente.

 

Certamente, tecnologicamente parlando, la parte più difficile da realizzare in tutta la struttura, erano le ruote, formate da un mozzo e da alcuni raggi (radiali) che univano il mozzo stesso alla circonferenza esterna. Il mozzo, realizzato in un sol blocco di legno, veniva forato longitudinalmente e munito di boccole in metallo che permettevano la rotazione sui fuselli della sala. Per diminuire l'attrito tra boccole e fuselli, la parte veniva unta con grasso animale o olio rancido. Invece sulla circonferenza esterna del mozzo, si praticavano dei fori per inserirvi i raggi. Questi, a loro volta, venivano incastrati a legni semisferici (detti quarti) che, uniti fra di loro, formavano la circonferenza della ruota. Per completare l'opera, la ruota veniva "ferrata" nella parte esterna con l'applicazione di un cerchio di acciaio. Il montaggio di questo cerchio avveniva in questo modo: si realizzava il cerrchio, leggermente più piccolo della circonferenza periferica della ruota, unendo gli estremi per mezzo di incastri e brocche, poi si metteva lo stesso ad arroventare su un grande fuoco di fascine.

 

Una volta rovente, per effetto della dilatazione, si inseriva nella ruota, raffreddandolo immediatamente con acqua. Il raffreddamento faceva aderire perfettamente il metallo al legno stringendolo fortemente. Alla fine, si applicavano dei chiodi di sicurezza (detti chiodi a testa ribadita, perché venivano ribattuti in maniera da costituire un tutt'uno con il cerchio) in fori che erano stati preventivamente fatti sul metallo. Le ruote venivano poi montate sull'asse e bloccate per mezzo di perni che ne impedivano i movimenti assiali. Nella parte posteriore del carro venivano montati degli argani che, all'occorrenza, servivano per il tiraggio delle funi con cui si assicurava il carico. Strutturalmente simile al biroccio è il biroccino, con le ruote molto più piccole e il pianale di carico più largo dell'asse delle ruote.

 

Era un carro adoperato per i trasporti voluminosi, ma non pesanti, come il fieno e le fascine. Ancora più semplice, nel suo complesso costruttivo, era la treggia, adoperata soprattutto nelle zone montane, dove i siti erano più impervi e dove il carro poteva rovesciarsi. La treggia non era munita di ruote, e tutta la struttura appoggiava su due tronchetti di legno forgiati a mo' di sci, detti cosce o slitte. Su queste slitte erano fissati, ad incastro, dei perni su cui poggiavano delle traverse, formando un piano di carico a 30-40 cm da terra. Il timone o buricello, era fissato sui perni più avanzati della slitta. Tutta la struttura veniva realizzata ad incastro, usando chiavi di legno come elementi di tenuta.

 

Di tregge ve n'erano di diversa forma e dimensioni (cambiavano da zona a zona) e servivano per gli usi più disparati: dal trasporto del letame, a quello del fieno. In quest'ultimo caso, nella zona del Monte Nerone (provincia di Pesaro e Urbino), la treggia veniva detta dei dritti, perché davanti e dietro, in posizione centrale, sullo stesso asse, vi erano infissi due pali verticali, detti, appunto, dritti, muniti di fori. Una volta caricato, il fieno era pressato da un'asse, bloccata ai dritti tramite dei perni di legno inseriti nei fori. Le tregge, molto semplici e rudimentali rispetto ai carri, erano costruite, in genere, dagli stessi contadini, con pochi attrezzi: asce, succhielli e scalpelli, ottenendo comunque manufatti abbastanza solidi e duraturi.

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