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Il Cocciaio

 

Nel corso dei secoli, l’uomo ha fabbricato oggetti in terracotta di ogni genere, alcuni con funzione puramente ornamentale, altri di carattere sacro, altri ancora (la maggioranza) destinati all’uso quotidiano, come piatti, ciotole e vasi. Spesso, durante gli scavi archeologici, vengono recuperate, all’interno di tombe e abitazioni, tanti reperti ceramici di fattura semplice ed essenziale, ma non per questo meno belli, che consentono agli archeologi di ricostruire la vita, gli usi e costumi di intere comunità. Fino a qualche decennio fa (prima del boom economico e del consumismo), le stoviglie e le pentole generalmente erano di terracotta. Soprattutto le famiglie contadine usavano tegami, zuppiere e piatti di coccio, smaltati di colore marrone e verdastro.

 

Oltre a questi oggetti, all’interno delle case ce n’erano altri praticamente indispensabili: l’orcio, contenitore principe per prelevare l’acqua dalle sorgenti, situate per lo più fuori del paese, lo scaldino o “monaca” che messo sotto le coperte e riempito con la brace ardente veniva adoperato per riscaldare il letto assieme al tamburlano o “prete” il quale aveva la funzione di tenere le coperte sollevate affinché non prendessero fuoco, e l’orinale o pitale, particolarmente usato nelle notti d’inverno quando era impossibile uscire per il troppo freddo.

 

Questi oggetti erano comunemente privi di decorazioni, costavano poco e non richiedevano tempi lunghi di esecuzione. In seguito con la lavorazione industriale, alcuni di questi oggetti non vennero più realizzati in coccio, ma in metallo o, nel caso in cui la destinazione d’uso lo consentiva, in plastica. Quest’ultimo materiale è ormai usato per ogni tipo di contenitore (ahimè ne siamo sommersi). La ceramica e la maiolica prodotte con sistema industriale, sostituirono, con il passare del tempo, il coccio, perché ad una qualità migliore contrapponevano un pezzo d’acquisto più che competitivo. L’artigiano che fabbricava i cocci veniva, per l’appunto, chiamato cocciaio, ma anche pentolaio, stovigliaio e orciolaio.

 

Per i suoi lavori usava abitualmente creta ordinaria, sabbiosa che normalmente non lavava per risparmiare tempo. Da quest’impasto eliminava solo le pietruzze che avrebbero pregiudicato il lavoro finale. Una volta pronta la materia prima,dopo che era stata impastata con acqua, il cocciaio collocava la massa argillosa sul desco del tornio e stando seduto, con un piede azionava la rudimentale macchina imprimendogli un movimento rotatorio. Per plasmare gli oggetti più grandi, al posto del tornio si adoperava la ruota, il cui movimento era sempre prodotto dalla forza dell’uomo. Questi quindi erano gli unici strumenti utilizzati per formare il corpo dei vasi, le cui forme scaturivano sempre dalla fantasia e dell’estro dell’artigiano. Tutti gli ornamenti, le modanature, i piedi, i manici che i vari modelli potevano richiedere, venivano applicati in un secondo tempo. Nel caso di ornamenti scultorei, questi venivano fatti utilizzando stampi di terra cotta o di legno, preparati da uno scultore o dallo stesso cocciaio, se era particolarmente abile.

 

Per la verniciatura, venivano usate varie sostanze come il piombo calcinato, il litargirio (ossido di piombo di colore rosso o aranciato), il minio (minerale di colore rosso costituito da ossido di piombo) e sali di manganese, che liquefatti, fusi e stesi sul coccio formavano uno strato di intonaco vetrificato. Infine, tutti gli oggetti venivano posizionati nel forno. Quest’ultimo, alimentato a legna, era costituito da una camera semisferica, più o meno grande, con due aperture: il fornello in cui avveniva la combustione e la camera di cottura. Generalmente i cocci venivano venduti dagli stessi artigiani, sia nei mercati, sia presso le case dei contadini: collocavano la merce, ben impagliata, su di un asino o un cavallo e iniziavano, così, il loro giro per le contrade. In tempi più recenti si avvalevano di furgoncini, coperti sul retro da un telaio incerato.

 

Il cocciaio quando arrivava in un paese, cercava di catturare l’attenzione della gente con urla, slogan d’effetto e qualche spettacolo improvvisato; poi quando si era radunata una piccola folla, tirava fuori la sua mercanzia. Le donne erano le clienti più affezionate, perché spettando a loro la cura della casa, sapevano cosa serviva a ciò che era indispensabile acquistare. Piatti e pentole erano gli articoli più richiesti, perché più soggetti a rompersi. Certo è, che quando il cocciaio riusciva a vendere molti pezzi, se ne andava via con l’aria contenta, forse più compiaciuto delle sue qualità di venditore che della sua abilità di artigiano.

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