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Il Coltellinaio e Arrotino

 

C’è ancora qualcuno che gira nelle nostre contrade, con un vecchio furgone munito di altoparlante, da cui esce una voce sgraziata: arrotino!! Arrotino!! E’ arrivato l’arrotino donne!! Si affilano forbici e coltelli, tutto a due mila lire! Chissà per quanto lo sentiremo ancora? In un epoca di usa e getta, presto anche questo lavoro non avrà più seguito. Già i rasoi si usano e si gettano, mentre i coltelli da tavola, ormai tutti dentellati, oltre alla difficoltà dell’affilatura, hanno un costo talmente basso che non conviene assolutamente arrotarli.

 

Certo è passato il tempo in cui tutti i giorni arrivava qualche arrotino in paese e le massaie potevano scegliere tra il più o meno bravo. Alle volte capitava anche il coltellinaio, cioè il venditore di coltelli, che, naturalmente, faceva anche l’arrotino. Allora si vede vano, in bella mostra, vari tipi di lame: lunghe e sottili, corte e tozze, dalla punta rotonda o acumi nata, insomma, una grande varietà per gli usi più disparati. C’erano coltelli fabbricati artigianalmente e altri prodotti nei moderni stabilimenti e le differenze di manifattura si notavano.

 

Oggi, per il mezzo di macchine altamente tecnologiche, si hanno coltelli perfetti, con manici di varia foggia e di diversa natura (dal legno alla plastica), un tempo, invece, per fabbricare un coltello ci voleva una buona manualità ed esperienza. Per prima cosa si sceglieva la barretta d’acciaio, poi si passava a formare la parte in cui andava inserito il manico, cioè la coda. Successivamente si batteva la lama. Una volta eseguita quest’operazione si metteva il manufatto fra i carboni di legna, in maniera da rendere più molle l’acciaio per limarlo con più facilità. Passata la lima per sgrossare la lama, si forava il manico, che poteva essere d’avorio, d’osso di corno, o di legno.

 

Una volta forato il manico gli si adattava la coda del coltello per controllare la posizione e il dimensionamento. A questo punto si temperava il metallo e poi lo si rendeva bianco strofinandolo con la pomice. Si ricuoceva nuovamente finché prendeva un color vinaccia, e lo rispegneva in acqua. Poi si rinfuocava la coda e in questo stato la si infilava nel manico, in cui era stata posta una pasta di cemento. Fermato il manico con delle brocche, si raddrizzava la lama (storta dalle precedenti tempere), poi si affilava. Non rimaneva che lavorare il manico, con lima e raspa, fino a dargli la forma voluta e lucidare il tutto.

 

La lama veniva lustrata passandola sopra una mola di legno di noce, per conferirgli una specie di brunitura. Un’ultima operazione consisteva nel passare un’apposita pietra sul filo tagliente, per rendere il taglio perfetto. Le forbici, allo stesso modo, venivano forgiate completamente a mano, ma c’erano difficoltà maggiori per fare combaciare perfettamente le due lame. Dopo diverse operazioni di lavorazione, per ultimo si univano le due branche inchiodandole assieme. Anche per questo indispensabile oggetto di uso quotidiano, l’uomo, grazie alle macchine e ai moderni acciai, ha creato innumerevoli e sofisticati modelli: per sarti, per manicure, per uso comune, per potatura, per elettricisti e altro ancora, dalle linee dritte, curve con sembianze avvenieristiche.

 

Anche le forbici, una volta che avevano perso il taglio, si affilavano. Oggi in genere si gettano, acquistandone un altro paio. Bisogna aggiungere, però, che le moderne leghe acciaiose, hanno un’altissima resistenza all’usura e un paio di forbici servono per più e più anni. Certo che per mestieri professionali, come il sarto, avere delle forbici perfette è indispensabile e in questo caso un buon arrotino serve ancora. Presto, forse, non sentiremo più nemmeno la voce alterata dall’ altoparlante che annuncia: arrotino!! Arrotino!! Allora un altro pezzo di mondo antico se ne sarà andato, ma si sa, il progresso ha il suo costo.

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