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Il Conciapelli

 

L’uomo da sempre ha avuto l’esigenza di proteggere le membra dai rigori del freddo per mezzo di confortevoli protezioni tra cui la pelle, ossia il tegumento che riveste il corpo degli animali vertebrati. Mentre essa, almeno all’inizio, fu oggetto di utilità, in seguito, invece, si legò sempre più ai capricci della moda, divenendo una forma di lusso raffinato, un segno di eleganza aristocratica, un ornamento voluttuario. Il suo utilizzo, diffuso in ogni epoca, ha portato l’uomo a perfezionare l’arte della concia, procedimento teso a rendere il prodotto morbido, pieghevole, elastico e non soggetto all’attacco dei microrganismi della putrefazione.

 

Questo mestiere, in quanto legato al bisogno umano di indossare capi d’abbigliamento opportunamente conservati, fu praticato fin dall’antichità. Benché non ci sia la pretesa di andare eccessivamente a ritroso nel tempo, sia a titolo di curiosità,sia per testimoniare il remoto interesse per questa tecnica, riportiamo qui di seguito una ricetta adatta a trattare ogni tipo di pelle, estratta da un libretto stampato a Venezia nel 1854.

 

“Piglia la pelle di capra o di becco, ovver di capretto, e se glie fresca falla seccare, e se glie secca mettila a molle nell’acqua per una notte, o dì naturale, et habbi l’acqua con la calce viva, e metti dentro la detta pelle fin che si possa pelare, et sfacciare della banda del carnaccio, e dell’altra banda si sfami così, habbi una costa d’un cavallo in luogo di coltello, et appoggia la pelle sopra un legno ritondo longo, e radila molto bene, et habbi un catino, o una conca piena di acqua chiara, e lavala,e torcila bene con due bastoni ch’esca l’acqua. Poi habbi una caldaia con l’acqua bollita calda e metti dentro della semola, e bolla alquanto insieme.

 

Se la detta pelle vuoi conciare hoggi, o dimane piglia la detta caldaia e posala in terra, e coprila con un panno che non esca il calore, e lassa così per una notte, e la mattina piglia la detta pelle, e metti nella detta caldaia, e lassa stare per tutto il dì, fin alla notte, poi cava la pelle e torcila come sopra, poi habbi alume di rocca tre, o quattro oncie, e trita e stempera con acqua calda, e non bollente e la detta acqua metti in un catino o in un caldarello, e mettivi dentro la detta pelle, e menala ben per le mani, per tre volte, et ogni volta scalda la detta acqua di sopra, poi habbi un pane di pasta, e d’assogna quanto mezza noce, et un poco di sale, e cinque albumi d’ova, o manco, come ti parrà, tutte queste cose metti nella predetta, e distempera, e riscalda come di sopra, e tassa stare per una notte nella detta acqua, e la mattina cavala dalla detta acqua, e metti a seccare all’ombra, poi tirala ad ogni verso, come meglio saprai, poi piegala com’un gemo d’accia e quando la vuoi imbianchire o finire habbi un ferro di pelizzaro, e ficcalo in terra, e mena la pelle di sopra,molto bene, e poi maneggiala con la pomice, e sarà fatta.

 

Se vuoi conciare una pelle che resti il pelo fa cioche è detto nella pelle da scamosciare, salvo che in alcun modo non si adoperi la calcina”. Sebbene l’esperienza abbia modificato e perfezionato gli accorgimenti del passato, tuttavia il mestiere del conciapelli, o come si suole dire del conciatore, richiede a quanti vi si dedicano grande pazienza e laboriosità nel trattare i vari tipi di pelle. Entrando in una conceria, infatti, si possono scorgere diversi tipi di tegumenti che sogliono essere ripartiti in due categorie: quelli da cuoio, forniti da animali come il bue, il cinghiale, il cavallo, il montone e la capra, e quelli da pelliccia, ottenuti da tipi diversi di mammiferi (visone, volpe, ermellino, lontra...), cacciati soprattutto nella stagione invernale, quando il manto ferino è più folto e pregiato.

 

Il conciatore, consapevole delle differenze di ciascun materiale, deve agire in maniera diversa secondo che si trovi a maneggiare pelli da cuoio o da pelliccia. Mentre le prime, infatti vengono private completamente delle setole, le seconde non sono invece soggette alla fase depilazione, in quanto sarà proprio il pelo a conferire prestigio e bellezza al confezionamento del capo. Nonostante ciò, prima di dar avvio alla concia vera e propria, l’artigiano deve preparare la materia da lavorare, affinché essa possa in seguito assorbire più facilmente le sostanze concianti. Inizia così l’operazione del lavaggio consistente nell’immergere in delle grandi vasche le pelli, le quali, al fine di essere rasate più facilmente, vengono trattate successivamente con calce ed acido oppure, per maggiore rapidità, con farina d’orzo, la quale, inacidita, viene stemperata in acqua.

 

A questo punto, dopo essere state sciacquate, il conciatore, servendosi di alcuni coltelli, ben affilati con le cote, inizia prima a depilarle e poi a scornarle, privandole dei frammenti di grasso e di carne. Il prodotto ottenuto a questo punto, denominato tecnicamente pelle in trippa, è pronto per la concia, la quale, a seconda delle sostanze impiegate può essere vegetale, minerale o animale. La concia vegetale prevede l’utilizzo di sostanze tanniche presenti in natura nelle cortecce e nelle foglie di alcuni alberi come lo scotano e la quercia. Il conciatore in questo caso immerge inizialmente la pelle in trippa in soluzioni tanniche sempre più concentrate e, dopo averle posizionate in grandi tini, getta tra uno strato e l’altro di pelli cortecce macinate ed acqua tannica. Tempi più celeri ha invece la concia minerale eseguita con sali di alluminio e di cromo.

 

Secondo questo procedimento la pelle in trippa viene fatta bollire con allume e sale, follata, immersa in acqua e allume, fatta essiccare, spalmata con sego fuso ed in fine nuovamente asciugata. Questo procedimento di origine ungherese si distingue dalla concia all’olio, detta scamosciatura, effettuata per lo più con olio di pesce, per azione del quale si ottengono cuoi porosi, elastici e resistenti all’acqua. Il lavoro del conciatore, detto anche conciapelli o conciaiuolo, in tempi remoti era particolarmente complicato e rischioso per la salute a causa delle scarse norme igieniche. Si narra che l’aspetto di questi uomini, per il fetore sprigionato dalle pelli putrefatte, fosse cadaverico e livido. Oggi, questa forma di artigianato, ostacolata da numerosi divieti, dall’avvento dell’industria e dal mutato gusto collettivo (pellicce ecologiche), va piano piano scomparendo non lasciando quasi alcuna traccia di sè.

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