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Il Contadino

 

Disprezzato, vilipeso, il contadino rappresentò per secoli l’ultimo gradino della scala sociale: colui che era posto appena al di sopra delle bestie. Non è un’affermazione forte o gratuita, purtroppo. Fino a non molto tempo fa, i lavoratori della campagna godevano di una pessima reputazione e di una scarsissima considerazione nelle persone che occupavano gli alti gradini della scala sociale. Non si dice forse, ancora, per definire una persona poco educata, che è un contadino? O un villico, cioè un abitante della campagna?

 

Non è difficile immaginarsi il perché di tanta poca considerazione: l’emarginazione, l’analfabetismo, che forzatamente escludevano il contadino dall’evoluzione sociale e comportamentale, il vivere di furbizie, per non sopperire alle angherie dei fattori e dei padroni, avevano creato nel corso dei secoli, un uomo privo di diritti, sbattuto da podere a podere, da padrone a padrone senza alcuna possibilità di emancipazione. Per il contadino, l’unica preoccupazione era quella di perdere la colonia, di trovarsi dall’oggi al domani, senza terra da coltivare e dover elemosinare così il lavoro a giornata, andando ad ingrossare le fila della classe più infima, dei più derelitti: i braccianti.

 

Questi non possedevano veramente nulla e la loro vita si altalenava tra miseria e disperazione senza possibilità di soluzione. Non è questa una visione apocalittica di un passato (poco) remoto, ma la realtà che continuamente emerge dai documenti d’archivio. Per questa gente, “i cittadini” avevano poca compassione, anzi c’era alle volte rabbia e vessazione. Rabbia per i continui furti che commettevano, vessazione perché ogni qualvolta che si poteva si sottoponevano a malversazioni e maltrattamenti: venivano presi a sassate dai ragazzi quando entravano nelle città, oppure allontanati da chicchessia e inquisiti sul perché e sul percome erano capitati in paese, se avevano il permesso per aver abbandonato il podere e, dulcis in fundo, minacciati di essere fatti allontanare dalla colonia, avvertendo il padrone di quella mancanza. In pratica una vita d’inferno, dove solo la furbizia poteva proteggerli dalle continue prepotenze perpetrate da tutti.

 

Francamente, nei particolari, il perché di tanto astio nei confronti dei campagnoli, ci sfugge, comunque sarebbe troppo complesso riassumerlo in poche righe. Al di là delle miserie umane, che hanno contrassegnato e che contrassegneranno comunque il cammino dell’uomo, questo del contadino era un lavoro duro e faticoso, soprattutto nei mesi estivi, dove i raccolti e la preparazione dei terreni per le successive semine, impegnavano gli uomini e le bestie bovine ad ore di lavoro senza possibilità di tregua.

 

Nei mesi invernali c’era spazio per dedicarsi a lavori di manutenzione o di necessità: si riparavano i carri, si pulivano i fossi, le siepi, si potavano gli alberi da frutto e nei giorni piovosi si fabbricavano cesti in vinco o in canna, si accudivano gli animali posti nelle stalle. Con la primavera cominciavano le prime fienagioni, si innalzavano i pagliai da fieno e si provvedeva a seminare tutte quelle piante (definite genericamente marzatelli o brastimi) che avrebbero dato dei frutti nel corso dell’estate. Il periodo di maggior lavoro, ma anche di maggior speranza, era il momento della mietitura e battitura del grano, quando, alla quantità del seme raccolto, si aveva la speranza di un anno senza privazioni, abbondante, oppure di stenti e di fame.

 

Con rese terriere che difficilmente superavano i tre quintali per quintale seminato, anzi in alcuni terreni collinari non si superavano i due quintali e mezzo, una volta levata la semente, pagata la decima alla Chiesa e fatto a metà con il padrone, al contadino rimaneva ben poco. Eppure c’era in tutti una incredibile rassegnazione agli eventi, un ineluttabile senso del destino, che iniziò a scuotersi solo agli inizi di questo secolo, con le campagne politiche di sinistra.

 

Oggi i lavoratori della terra vengono detti agricoltori o coltivatori, nessuno più li chiama contadini, che rimane ancora un termine dispregiativo. Mentre un tempo essi costituivano la maggioranza dei lavoratori, oggi costituiscono una minoranza: altamente meccanizzati, tutti i lavori li svolgono con macchine super tecnologiche, tanto che del vecchio mestiere non rimane che il ricordo.

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