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Il Fattore

 

Era un personaggio particolare il fattore, forse più odiato che amato, era noto e popolare in tutto l’antico ambiente del mondo contadino. Figura che impersonificava il comando, soprintendeva all’amministrazione delle tenute agrarie per conto dei padroni. La maggioranza dei fattori possedeva, generalmente, un’infarinatura scolastica elementare e solo durante questo secolo si arrivò ad avere persone qualificate o che comunque avessero frequentato studi specifici.

 

Erano dei factotum al servizio dei padroni, impegnati in mille attività, anche extra agricole o, alle volte, semplicemente dediti alla mondanità che il loro stato gli permetteva. In certi casi il “padrone” viveva personalmente la vita dell’azienda e con il fattore concertava le visite alla proprietà. In queste circostanze il fattore fungeva da tramite tra il padrone e il contadino, smorzando o acuendo, secondo sottili tornaconti, i richiami e i rimproveri, che comunque dovevano portare sì, all’interesse del proprietario, ma anche al proprio. Persona, per necessità ambigua, rivestiva un ruolo delicato e di grande responsabilità, che richiedeva un impegno “politico” continuo.

 

Nell’espletamento di queste sue mansioni, era severo e autoritario nei confronti del contadino che non svolgeva bene il suo lavoro, e se questo non lo soddisfaceva o comunque lo riteneva non idoneo, non ci pensava due volte prima di licenziarlo. Il contadino di rado si ribellava apertamente, in genere accettava questa autorità in silenzio e con rassegnazione, conscio della sua impotenza, nei confronti di chi aveva un potere che senza enfasi si poteva definire smisurato. Quindi questo comandava e i contadini obbedivano, il confronto di idee non era permesso, perché comunque non era né concepibile, né tra pari. Il fattore, culturalmente più preparato del villano, era consapevole di questa sua superiorità e ne faceva sfoggio ogni volta che se ne presentava l’occasione.

 

Tuttavia ciò non escludeva che in certe circostanze fosse accomodante e chiedesse al contadino pareri e consigli sulle pratiche agricole. Da fine psicologo adottava la politica del bastone e della carota, sempre con l’obiettivo di ottenere il massimo con il minimo aggravio economico per il suo datore di lavoro. Normalmente, il fattore che girava per la campagna per controllare le proprietà del suo principale, era sempre ben vestito: curato e pulito, aveva giacca e cappello in testa, corpetto con catena e un grosso orologio a cipolla, che lo rendevano riconoscibile a distanza. Grasso o magro, alto o basso che fosse, burlone o riservato, conservava sempre una certa alterigia di fronte al contadino: era lui il capo indiscusso di una organizzazione che si snodava dal fattore, al “sottofattore”, al “terz’uomo”, alla guardia, al “sottoguardia”.

 

Con la fine del “mondo contadino”, gioco forza è scomparsa anche la professione del fattore, ma non la figura dell’intermedio, che in una società industriale dalle regole molto più complesse, ha il compito di conciliare le esigenze dell’azienda con quelle degli operai, finendo, spesso, tra incudine e martello. Cosa che non poteva capitare al fattore: doveva temere solo il “padrone”.

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