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Il Gioielliere

 

Da sempre i gioielli hanno esaltato la bellezza femminile. Gemme preziose, come diamanti, smeraldi, rubini, turchesi ed ametiste, sono state impiegate ieri come oggi dai gioiellieri per creare collane, bracciali, spille ed anelli d’immenso valore. Non si deve tuttavia dimenticare che il prestigio di questi ornamenti dipende anche tuttora dalla buona qualità del materiale utilizzato.

 

Il gioielliere, proprio perché si occupa di mettere in opera ogni sorta di pietra naturale, deve sapere non solo riconoscere le caratteristiche come la durezza, la nettezza, la trasparenza, il peso specifico, lo splendore e la vivacità, ma anche i difetti quali possibili scheggiature, provocate dai minatori durante la fase d’estrazione dalla roccia, o inserimenti di materie estranee. Una volta individuato il tipo di pietra ed assicuratosi della sua autenticità, il gioielliere procede all’incastonatura, ossia all’inserimento della gemma nel castone.

 

Per avere un’idea di quale maestria sia necessaria per realizzare anche il più semplice oggetto di gioielleria, riportiamo qui di seguito le fasi d’esecuzione per formare un anello con una sola pietra, tratte da una pubblicazione del 1775. “...si prende un’incastonatura d’oro, ch’è un filo d’oro destinato a circondare la pietra, e si adatta questa incastonatura alla pietra. Dopo questa operazione si fa il fondo dell’anello; Si prende una piastrella d’oro la quale si stampa, come dicono volgarmente, vale a dire, s’incava in una stampetta con un puntale. La stampetta è un pezzo di rame di due pollici e mezzo in quadrato, e che ha molti buchi di diverse grossezze. Il puntale è un pezzo di ferro lungo tre pollici incirca, proporzionato alla grandezza di uno de’ buchi della stampetta, e che dee formar quella del fondo dell’anello.

 

Scavato ch’è il fondo si addatta sotto “incastonatura, e si salda alla lampana col mezzo di una canna con saldatura d’oro, e di borace. Si prende in appresso un filo d’oro limato in quadrato, si torce con tenaglie della grandezza, di cui vuol farsi il cerchio dell’anello, avendo “attenzione di lasciare le due estremità più grosse del mezzo; di adatta il tutto all’anello sotto il suo fondo, e quando è adattato, si attaccano le due estremità con filo di ferro per saldarle insieme, come abbiamo detto. Quando l’anello è saldato, s’intaglia, vale a dire vi si fanno tutto all’intorno de’ filetti, o come dicono gli Artefici, delle lunette con l’unghiella, ch’è un pezzo di acciaio temperato, lungo due pollici, e mezzo incastrato in un pezzo di legno, che gli serve da manico, e ch’ha all’estremità una delle sue faccie tagliente, ed acuta, e l’altra rotonda.

 

Quando l’anello è intagliato si mette in pece, lo che si fa ponendolo dentro ad un manico, o impugnatura di legno, guernita di pece, per aver la facilità d’incastonarlo senza che vacilli. Per incastonarlo si mette prima del nero di avorio stemperato con acqua nel luogo, che dee servire di circondario alla pietra; e col mezzo di un bastone di cera, che serve ad afferrarla, si adatta nell’opera con un punteruolo, che ha uno dé suoi lati rotondo, e l’altro quasi tagliente: adatta ch’è la pietra, prendesi un punteruolo d’assodare, il quale è piatto per formare le branche dell’anello, le quali sono per l’ordinario in numero di otto, e che servono a tener ferma e ad abbracciare la pietra.

 

Dopo queste differenti operazioni si leva l’anello dalla pece, e si pulisce. Per pulirlo vi si fa passare sopra una specie di pietra d’aguzzare, che volgarmente chiamasi la coda, la quale mangia e corrode tutti i segni, che può aver fatti la lima, indi vi si fa passar sopra della pietra pomice stemperata coll’olio, e si sfrega l’anello con una matassa di filo inzuppata in questa composizione; si sfrega allo stesso modo con della tripola polverizzata, e stemperata nell’acqua; e infine per avviarlo, e dargli lo splendore, che deve avere, si netta con una scopetta; il che gli dà l’ultima sua perfezione.

 

Non v’è altra differenza tra la legatura, o montatura di un diamante, e  quella di una pietra colorita, se non che l’incastonatura di un diamante esser deve di argento, e quella di una pietra colorita d’oro”. Il monile, così realizzato, era pronto per essere ammirato; la luminosità del metallo, l’originalità del disegno, la purezza e la sfaccettatura della pietra preziosa rendevano quello indimenticabile agli occhi degli osservatori. E’ chiaro tuttavia che allora, come oggi, esistevano imitazioni talmente perfette, che potevano essere individuate a fatica anche dai gioiellieri più esperti.

 

Le pietre artificiali erano realizzate con il cristallo, per la composizione del quale, come ricorda la pubblicazione già citata, erano necessari “sabbia bianca, un sal alcali purissimo vegetabile o minerale, e una  sufficiente quantità di minio, di cerussa, o di litargirio”. Questi ingredienti, una volta liquefatti, producevano un vetro bellissimo, bianco e incolore, ossia il cristallo, particolarmente adatto a contraffare il diamante. Anche i rubini, gli zaffiri, gli smeraldi e i topazi potevano essere imitati mediante l’aggiunta di materie metalliche coloranti, come il ferro calcinato, il cobalto, le calcine verdi di rame e il minio, che conferivano al cristallo un colore perfetto molto simile a quello delle pietre autentiche.

 

Ancor oggi, sebbene i processi di produzione si siano modificati, sul mercato si possono trovare gioielli di valore più o meno elevato secondo che vengano utilizzate pietre preziose oppure sintetiche. Nonostante ciò il mestiere del gioielliere resta comunque affascinante, in quanto con le sue mani riesce ad imprigionare nelle maglie dell’oro o dell’argento i tesori del sottosuolo.

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