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Il Maniscalco

 

Il mestiere del maniscalco ha trovato oggi nuovi artefici, grazie alla diffusione che ha avuto il cavallo come passatempo sportivo. Infatti il boom delle auto e della meccanizzazione della campagna, avutosi dopo il secondo conflitto mondiale, aveva relegato il cavallo a compiti puramente rappresentativi, visto che l’utilizzo non era più conveniente.

 

L’animale, allevato solo per le corse ippiche o per produrre carne, ha avuto recentemente una nuova valorizzazione, trovando un fertile terreno nell’impiego, da parte dell’uomo, nelle escursioni, finalizzate alla “riscoperta” del verde e della bellezza della natura. Nelle zone montane, il mestiere del maniscalco non è stato mai abbandonato, perché nonostante i progressi tecnologici, i cavalli e i muli hanno sempre trovato un utilizzo nell’estrazione della legna dai boschi. Anticamente il maniscalco non limitava la sua opera alla sola ferratura degli animali, ma curava tutte quelle malattie che potevano insorgere negli equini e nei bovini, sostituendo di fatto il veterinario. Figura professionale, quest’ultima, che si è profilata solo nel XVIII secolo.

 

Comunque, nelle nostre contrade, i maniscalchi hanno curato cavalli, muli e buoi fino ai primi di questo secolo, praticando sia castrazioni, che cure generiche mediante erbe o sali minerali. Tralasciando quest’aspetto del lavoro del maniscalco, per saperne di più sulla ferratura dei cavalli, riteniamo opportuno riportare un antico testo del Settecento, abbastanza esplicativo delle tecniche che venivano eseguite: “Quattro sono le massime, o regole principali cui bisogna necessariamente sapere per ben ferrare ogni sorta di cavalli.

 

La prima è espressa da maniscalchi co’ termini seguenti; punta davanti, e calcagno di dietro; vale a dire che la punta de’ piedi dinanzi è buona e forte; e che si può arditamente mettere i chiodi nella punta de’ piedi dinanzi, e non nel calcagno o talone di questi medesimi piedi, il quale ha l”unghia men grossa. Il cavallo ha i taloni de’ piedi di dietro forti; l’unghia di essi è grossa, e capace di sopportare i chiodi, ma nulla punta de’ piedi di dietro s’incontra tosto il vivo, perchè c’è poca unghia, ed anzi i maniscalchi non debbono porvi chiodo di veruna sorte. Il più de’ maniscalchi ne’ piccoli luoghi hanno difficoltà ad osservar questa massima; mettono mal a profitto i chiodi ne’ piedi di dietro come ne’ piedi dinanzi.

 

La seconda regola e non aprir mai taloni o i calcagni a cavalli: questo è il massimo abuso, e che rovina più di ogni altro i piedi. Dicesi aprire il talone allorquando il maniscalco apparecchiando il piede, taglia il calcagno troppo vicino alla forchetta, e la leva via fino in alto un dito discosto dalla corona, in guisa che separa i quarti del calcagno. La terza si è adoperare i chiodi sottilissimi di lama. Chiodi grossi,fanno un buco grande, anche quando si ribadiscono, essendo duri, fanno scheggiar l’unghia e la portano via. La quarta regola si è fare i ferri più leggeri, secondo il piede e la struttura del cavallo. I ferri pesanti ammaccano i muscoli e i nervi e stancano il cavallo, inoltre essendo il peso de’ ferri grande, fa presto mollare i chiodi al minimo urto nelle pietre.

 

Si possono considerare nel ferro due faccie, e molte parti. La faccia inferiore si appoggia e riposa sopra il terreno; la faccia superiore tocca immediatamente il disotto dell’unghia, di cui il ferro segue esattamente il contorno. Il colmo è il campo compreso tra l’orlo interiore nel luogo dove l’incurvatura del ferro è più sensibile. La punta corrisponde esattamente alla punta del piede; le branche o i rami vanno dal colmo fino all’estremità di ciascuna branca, le quali corrispondono à calcagni.

 

Finalmente i buchi, con cui e traforato il ferro per lasciare passare i chiodi, e per ricevere parte della testa di essi indicano il piede, a cui il ferro è destinato. Quando il piede e ben apparecchiato, bisogna attaccarvi il ferro in maniera che non copra né troppo, né troppo poco, ma dee posare della larghezza di un mezzo dito tutto d’intorno al piede, giustamente sulla corona ugualmente. L’unghia intorno al piede non è più larga che un dito traverso, e questa è la grossezza ch’ha per l’ordinario tutta l’unghia.

 

Adattato in questo modo il ferro, vi si mettono de’ chiodi e si lascia andare il piede a terra per conoscere se il ferro è ben messo nel luogo che esser deve, indi s’introducono i chiodi in modo che gli unì non siano più alti degli altri. Si adopera ancora il taglia piede innanzi di ribadire i chiodi per tagliare quel poco d’unghia che il chiodo ha fatto scheggiare di sotto, affinché le ribaditure sieno unite coll’unghia.

 

Questa operazione oltre alla pulitezza fa che i chiodi tengano meglio, e che il cavallo non possa tagliarsi colle ribaditure, inconveniente che accade spessissimo, se non si ha quest’attenzione. La ferratura de’ cavalli, che a prima vista sembra non essere che una pura pratica, ricerca non di meno tutta la capacità e l’esperienza di un Maniscalco intelligente." In sostanza si tratta di un lavoro d’abilità, d’esperienza che si esplica non solo nel modellare il ferro, ma di forgiarlo secondo “l’esigenza” di ogni singolo animale, in maniera da non provocare malanni all’animale e danni al padrone.

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