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Il Pettinaio o Pettinagnolo

 

Che cosa dire di fronte ad un oggetto semplice ed essenziale come un pettine? Che è un utensile solo apparentemente insignificante, perché viene usato tutti i giorni da milioni di persone, che la mattina davanti allo specchio, pettinandosi com­piono un gesto quasi automatico. Ma non basta; i più puntigliosi, quelli che vogliono avere i capel­li sempre a posto (più uomini che donne, incredi­bile ma vero), ce l'hanno sempre a portata di mano: in macchina, nel taschino della giacca o nelle tasche posteriori dei pantaloni, e con pochi gesti veloci, magari avvalendosi dello specchiet­to retrovisore dell' auto, ritrovano il sorriso. Ma, forse, nessuno si chiede mai come si fabbri­ca un pettine, o meglio come lo si faceva in pas­sato, quando questo era ancora un manufatto arti­gianale e non un oggetto industriale di serie, pro­dotto in breve tempo e a basso costo.

 

L'artigiano che costruiva i pettini veniva chiama­to pettinaio o pettinagnolo. Confezionava pettini di tutte le fogge, ma non solo. Anche se la sua attività predominante rimaneva questa, general­mente egli eseguiva ogni tipo di intarsio, sia sul legno che sull'avorio, fabbricava dame e scacchi, tabacchiere, piccoli crocifissi e altre immagini. Mentre i pettini che usiamo oggi 'sono in materia­le plastico variamente colorato, un tempo erano realizzati impiegando diverse materie prime, come avorio, scaglie di tartaruga o di alcuni pesci, corno di animali vari, legno. Se il pettinaio voleva fare un pettine in legno, procedeva tagliando la materia prima che gli occorreva, impiegando una sega d'acciaio. Dopo aver disgrossato e tagliato della giusta misura il legno, vi segnava i denti e con uno strumento di acciaio detto triangolo (per la sua forma), iniziava a inciderli. Terminata questa operazione, piuttosto lunga e delicata, non gli restava altro che pulire e lisciare bene il pettine.

 

Ma il lavoro di questo artigiano non era così semplice e veloce come potrebbe sembrare; una parte consistente di tempo, la impiegava nella preparazione della materia prima, soprattutto quando si trattava di osso: di corno e di avorio. A questo proposito, un manuale di arti e mestieri del Settecento riporta alcuni suggerimenti: "Per ammollire il corno, modellarlo e dargli quella forma che più si vorrà, prendasi dall'urina di uomo conservata per un mese; vi si metta dentro della calce viva, e della cenere di tartaro, ovvero feccia di vino, il doppio di calcina, e metà di cenere. Si aggiunge sopra una libbra e mezza di ceneri, quattro once di tartaro, ed altrettanto sale; si mescoli bene il tutto; si lasci bollire e restringere o scemare un poco il miscuglio; indi si passi; si conservi questa lisciva ben coperta. Quando si vuole ammollire il corno vi si lasci star dentro per otto giorni".

 

Oppure "Si prenda delle ceneri di gambi, e di teste di papaveri, se ne faccia una lisciva, e vi si faccia bollir dentro il corno". Secondo Papillon, un celebre incisore del legno francese, queste preparazioni erano efficaci non solo sul corno ma anche sull'avorio. Aggiunge poi, che "per ammollire le ossa si debba pigliare le porzioni vuote di quelli delle gambe, avere del sugo di manubio, di appio, di mille foglie, di ramolaccio, con aceto forte in parti uguali, empirne le ossa, ben turate le aper­ture, sicché il liquore non possa uscire; sepellirle in questo stato nello sterco, e lasciarvele fino a tanto, che sieno divenute molli".

 

Dopo questi trattamenti la materia prima veniva spesso colorata, utilizzando componenti come zafferano,' verderame, pasta verde, legno tauro ecc .. Per fabbricare un pettine era frequente anche l'uso di materiali più poveri, che imitasse­ro la scaglia di tartaruga, ricercatissima e piutto­sto costosa. A tal fine, spesso il corno veniva spacciato per tartaruga, non prima di un'opportu­na lavorazione.

 

Si prendeva: "calcina vergine, e litargirio d'oro parti uguali; se ne fa come un unguento con lisciva, o acqua di calce, e se ne mette ne luoghi dove par meglio, facendo l'onde con detta mistura grossa quanto è una costa di coltello, e più ancora; poi si lascia seccare; e dov' è stata, lascia la macchia; e così si fa una bella tartaruga finta ". Certo è, che se il pettinaio era un abile artigiano, il prodotto risultava "un vero falso d'autore".

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