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L'Operatore, ovvero il Chirurgo

 

Generalmente siamo propensi a non pensare a tutto ciò che può provocarci dolore, anzi sfuggiamo ogni pensiero di probabili o eventuali malattie, ed è logico che sia così. Ma immaginiamoci per un attimo cosa sarebbe la nostra vita se non avessimo a disposizione strutture ospedaliere capaci di “risistemarci” in caso di un debilitamento fisico! Una tragedia.

 

Certo è che la medicina in generale ha fatto, in quest’ultimo secolo, passi da gigante, contribuendo non poco ad allungare e a migliorare la vita umana. In questo progresso non possiamo non citare la chirurgia, forse la tecnica più antica della stessa medicina. Propriamente, il termine chirurgia, significa la cura delle malattie con l’opera della mano (e dei relativi strumenti) cruenta o incruenta secondo che l’operazione implica o no lo spargimento di sangue. Si dice che l’inventore della chirurgia sia stato un certo Apis re dell’Egitto. Dopo di lui Esculapio scrisse un trattato sulle piaghe e sulle ulcere, ed ebbe come successori i filosofi dei secoli seguenti, cioè Pitagora, Empedocle, Parmenide, Democrito, Chirone.

 

Secondo Plinio, il primo chirurgo che si era stabilito a Roma, fu Arcagato. Questo, inizialmente fu stimato da tutti, in seguito, per la crudeltà con la quale tagliava le membra durante le operazioni, venne soprannominato “Carnifex”, cioè carnefice e, secondo alcuni storici, fu lapidato a Campo Marzio. Superati i secoli bui del Medioevo, durante il Rinascimento ci fu una riscoperta dell’arte chirurgica, sia in Italia che in Germania. La maggiore innovazione fu che essa cominciò ad essere esercitata (grazie a disposizioni di legge), da coloro che praticavano la medicina e ad avere, così, un maggior supporto teorico. Questa novità fu, in seguito, la causa della caduta in disgrazia della chirurgia. Infatti gli interventi chirurgici, molto praticati in tempo di guerra, in tempo di pace, di fatto, non venivano eseguiti, perché tutto si cercava di risolvere con la medicina tradizionale. Perciò, per qualche tempo, ci fu un disinteresse per l’arte chirurgica, e passò in secondo piano, rispetto ad altre arti mediche che recavano molte più gratificazioni, soprattutto da un punto di vista economico.

 

D’altronde, a partire dal Medioevo, i piccoli interventi chirurgici e l’applicazione dei rimedi esterni (salassi), erano compiti che venivano svolti dal barbiere o dal flebotomo, che, del tutto digiuni di conoscenze mediche, risolvevano, comunque , i problemi legati a cisti, flemmoni e altre cose similari. Ma quali dovevano essere le qualità per essere un buon chirurgo? Secondo il parere di Celso (che scrisse un bel elogio della chirurgia), l’operatore, cioè il chirurgo, doveva essere una persona giovane, o almeno poco avanti negli anni, doveva altresì avere la mano ferma, agile, pronta, e mai tremante. Si doveva servire sia della mano sinistra che della destra; doveva avere la vista acuta, essere coraggioso e operare senza provare compassione o commuoversi alle lamentele dell’ammalato.

 

Certo che dall’epoca di Celso di cose ne sono cambiate e se ancora oggi alcuni suoi dettami sono validi, sappiamo che l’esperienza nel caso di un chirurgo (e non solo) è fondamentale, come sono ormai indispensabili le apparecchiature che permettono una diagnosi e l’individuazione sicura della parte su cui operare e gli antibiotici che hanno eliminato il pericolo di infezioni postoperatorie. Senza andare a scomodare i grandi chirurghi che hanno segnato eventi storici di questo secolo, come il Dottor Bernard, autore del primo trapianto di cuore su di un uomo, non possiamo non provare un senso di ammirazione per questi dottori: hanno trovato la forza di operare e agire in parti vitali dell’uomo, per migliorare o allungare la vita di un loro consimile, sapendo di averla nelle loro mani.

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