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La Ricamatrice e la Merlettaia

 

Aprendo i bauli delle nostre nonne e rovistando tra il corredo capita di trovare lenzuola, federe, tovaglie ed asciugamani ornati con ricami e merletti. Si deve riconoscere che essi sprigionano un fascino particolare, in quanto, ogni volta che li prendiamo in mano, sembra di vedere ancora le donne intente nella realizzazione del proprio manufatto, per il quale occorreva non solo molto tempo, abilità, esperienza, ma anche una buona dose di pazienza.

 

Nella società mezzadrile, questa attività, prettamente femminile, era per lo più svolta durante la sera, quando la fatica nei campi era terminata e la casa era riassettata. Allora la brava massaia, con cura, si dedicava alla creazione di piccoli capolavori, destinati non di rado alla vendita, al fine di incrementare il magro bilancio familiare.

 

Mediante questi lavori artigianali, eseguiti con ago, uncinetto e filo, si poteva conferire maggior prestigio ed eleganza sia ai capi d’abbigliamento sia alla biancheria per la casa. Lenzuola e federe, dopo essere state confezionate con la tela tessuta al telaio, potevano essere impreziosite con il punto quadro, il giornino e il gigliuccio, per l’esecuzione dei quali si rendeva necessario sfilare dal tessuto delle trame, avendo cura di mantenere il diritto filo, al fine di non compromettere il risultato. Questi motivi erano ricorrenti anche nelle tovaglie, nei tovaglioli e negli asciugamani. In questi ultimi, non di rado, si aggiungevano i pèneri a frangia, la cui presenza era però poco pratica, poiché facilmente deteriorabili. Sempre con ago e filo, ma con una tecnica di esecuzione differente, si potevano realizzare anche motivi floreali.

 

La donna, dopo aver riportato il disegno sulla stoffa, lo ricamava, utilizzando punti diversi secondo dell’effetto che voleva ottenere. Per i contorni dei fiori, dei tralci e dei festoni si potevano impiegare il punto erba, doppio o semplice, il punto cordoncino, per dare maggior rilievo al lavoro, e il punto palestrina. Il punto lanciato, il punto festone, il punto pieno, al contrario, erano necessari quando si voleva ricoprire una piccola porzione della superficie del disegno, come una piccola porzione della superficie del disegno, come un piccolo petalo o pistillo di un fiore.

 

Tutti i punti fino ad ora descritti, poiché atti a realizzare figure piatte, appartengono al cosiddetto ricamo “piatto”, termine ripreso da una pubblicazione settecentesca, la quale, catalogando le diverse forme di ricamo, non tralasciava neppure di ricordare il “passato” (oggi denominato intaglio), il “disteso o posato”, quello definito “in guipure” e il ricamo “applicato”. Il terzultimo, (cioè il ricamo disteso) è oggi, come in passato, relegato soprattutto all’ambito religioso. I parametri sacri sono per lo più preparati con questa tecnica, nella quale vengono impiegati filati dorati ed argentati, cuciti con filo di seta.

 

Un simile procedimento, da quanto detto nella già citata pubblicazione settecentesca, veniva usato anche nel ricamo “in guipure”, dove sagome di pergamena erano ricoperte con filamenti d’oro e d’argento. Meno complicato era il “ricamo applicato”, che veniva eseguito su tele pesanti e, una volta ritagliato, applicato sui drappi. La ricamatrice per effettuare questi manufatti si avvale oggi come ieri di pochi strumenti: ago, filo, ditale e telaio.

 

Nel Settecento questo strumento era composto da due subbi di forma cilindrica, guarniti di una striscia di tela, dove si cuciva il drappo, e da due asticciole di legno traforate con molti buchi, le quali avevano la funzione di tenere in tensione il tessuto su cui si doveva operare. Successivamente fu introdotto dal Levante un nuovo tipo di telaio molto più maneggevole del precedente. Esso, di dimensioni minori e simile ad un tamburo, era fornito di due cerchi, che permettevano di tenere teso il tessuto durante la fase di lavorazione.

 

Le ricamatrici, avvalendosi ancor oggi di questo strumento, danno vita a produzioni artistiche vere e proprie al pari delle merlettaie, che non solo operano con l’ago (si ricordino le trine ad ago), ma anche con l’uncinetto, con le spolette e con i fuselli.

 

Nascono così una serie infinita di lavori che si diversificano a seconda degli strumenti impiegati. I pizzi all’uncinetto sono ancora adesso adoperati per abbellire la biancheria delle future spose. Coperte, lenzuola, tovaglie e tende vengono guarnite con inserti di pizzo effettuati con punti dissimili: punto bassissimo, basso, alto, mezzo alto, alto doppio.

 

Più ricercato invece è il tombolo, per l’esecuzione del quale sono necessari un cuscino di forma rotonda, cilindrica o a manicotto, sostenuto da un apposito telaio oppure appoggiato sopra le ginocchia, e dei piccoli tirsi carichi di filo, che, maneggiati con maestria dalla merlettaia, producono splendide trine, il cui valore non era disconosciuto neppure in passato.

 

Tutti questi lavori artigianali, quasi completamente scomparsi, sono stati sostituiti da prodotti industriali, che hanno preso a modello l’opera delle ricamatrici e delle merlettaie.

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