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Lo Scalpellino

 

Frequentemente, nei centri storici delle nostre città, passiamo davanti a portali di pietra finemente lavorata, con rilievi oppure dotati di colonne dai capitelli finemente cesellati, su cui appoggiano architravi artisticamente scolpiti. Presi come siamo dalla nostra frenesia, il più delle volte non ci accorgiamo neppure dell’esistenza di queste opere.

 

Questi lavori in pietra sono manufatti che non solo abbelliscono, classificano e dotano gli antichi palazzi ma ne determinano l’armonia e la bellezza dell’insieme.

Oltre ai portali, venivano eseguiti i davanzali, le cornici alle finestre, le soglie alle porte, i gradini, le balaustre. Tutto doveva essere di pietra, più o meno pregiata a secondo della disponibilità finanziaria del committente.

 

Si passava dal granito, al marmo, alla pietra arenaria, comunque, il palazzo assumeva un aspetto più o meno gradevole, a seconda non solo dei motivi della lavorazione, ma anche da come le pietre erano lavorate, dall’abilità di chi le scalpellava, cioè lo scalpellino. Questo è un mestiere antico e già gli egizi si avvalevano dell’opera di questi artigiani.

 

Nel Rinascimento ci fu autentico rifiorire di quest’arte, e si può affermare che non c’è un palazzo dell’epoca che non abbia manufatti decorativi in pietra.

Nelle Marche c’è un’antica tradizione di quest’arte, in parte dovuta a maestranze del luogo e in parte a maestranze provenienti sia dal nord Italia, che dalla Dalmazia.

 

Questi uomini, molti dei quali sono rimasti sconosciuti, hanno lasciato eccellenti opere nelle nostre città e contrade, di altri invece si conoscono particolari non solo dei loro lavori ma anche della vita. E’ comunque grazie a loro che possiamo ammirare il portale di S. Domenico nella città di Urbino, la loggia dei Mercanti ad Ancona, e tante altre opere disseminate per castelli, città e ville.

 

Ma gli scalpellini non si limitavano solo a costruire opere per l’edilizia, ma anche tutt’una serie di manufatti per l’uso più disparato: dalla cucina, all’erboristeria, alle tintorie, agli oleifici. Mortai, pestelli, macine, vasche e vaschette, abbeveratoi per animali, canali di scolo, bacili di raccolta erano normalmente di pietra e di usuale necessità.

 

Naturalmente, anche in questo caso c’erano scalpellini più abili e quelli più “arruffoni”, ma l’abilità degli uni e degli altri si veniva presto a conoscere, determinando anche le scommesse.

Gli attrezzi principali del lavoro erano la squadra per definire gli spigoli, tutt’una serie di scalpelli perfettamente affilati e di buon materiale acciaioso, mazze e mazzuoli che venivano di volta in volta usati, secondo la specificità del lavoro.

 

Sempre fra questi lavoratori vanno annoverati i cavatori di pietra, che oltre a estrarre la materia prima del suolo, la preparavano in blocchi per la futura lavorazione. Sia gli scalpellini che i cavatori erano soggetti agli stessi inconvenienti fisici alle mani, ma soprattutto si ammalavano di asma bronchiale, per la grande quantità di polvere che respiravano durante la loro vita.

 

Attualmente di scalpellini ne sono rimasti pochi, ancora qualcuno continua l’arte, magari accontentandosi di piccole commissioni o fabbricando oggetti di piccole dimensioni per l’abbellimento dei giardini e delle case.

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