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tintore

 

Il Tintore

 

Grazie alle continue evoluzioni della moda gli abiti mutano repentinamente forme, tessuti e colori. Tonalità chiare o scure, calde oppure fredde si alternano nel panorama del gusto collettivo con l’intento di interpretare carattere e personalità di ciascuno.

 

Sebbene oggi la nostra società sia soggetta maggiormente che in passato alle novità, tuttavia l’impiego del colore per tingere drappi e tessuti era conosciuto fin dall’antichità.

Accenni relativi al mestiere dei tintori, trovati in alcuni scritti di autori latini come Varrone e Marziale, testimoniano le lontane origini di questo lavoro, il quale con il passare del tempo, ha subito numerosi mutamenti non solo sul piano della tecnica, ma anche in quello dei prodotti utilizzati.

 

Nostro interesse è porre l’attenzione non sui moderni processi di colorazione, bensì sulle metodologie vetuste e dimenticate dell’arte della tintura, il cui principio, rimasto invariato nel tempo, consiste nel dilatare i pori del tessuto, al fine di farvi penetrare delle particelle di colore, le quali devono essere trattenute per mezzo di un intonaco che le protegga dall’azione dell’acqua e dei raggi solari.

 

In passato i modi di procedere erano differenti a seconda della qualità del capo da trattare (la lana era più facile da tingere rispetto al cotone e al filo) e del colore impiegato, che poteva essere primario o secondario. Si ritenevano primari l’azzuro, il rosso, il giallo il leonino (nocciola) e il nero. Per tingere i drappi di questi colori il tintore operava in maniera dissimile.

Parlando sempre dei colori primari, dobbiamo infatti ricordare che un panno, che doveva essere tinto in azzurro, non richiedeva alcuna preparazione particolare se non quella di essere bagnato in acqua tiepida e strizzato, per poter così ottenere un colore uniforme.

 

In seguito veniva disposto dal tintore in un tino con i fianchi di legno e il fondo di cemento, all’interno del quale veniva versata dell’acqua bollente a cui si aggiungevano crusca e guado (materia colorante di origine vegetale). Il liquido così ottenuto, dopo essere stato più volte mescolato e averlo fatto riposare per alcune ore, veniva nuovamente miscelato, al fine di far incorporare la calcina viva. Un’altra porzione di questa sostanza si aggiungeva successivamente assieme a dell’indaco stemperato in acqua. Fatta riposare la soluzione e vericata la gradazione del colore per mezzo di prove, il tintore, coadiuvato da alcuni operai, faceva calare all’interno del tino un cerchio di ferro munito di corde in cui si appendeva il drappo, avendo cura pertanto che non toccasse il fondo.

 

A seconda del tempo che il tessuto rimaneva all’interno del recipiente, il colore assumeva una gradazione più o meno intensa, per cui si potevano avere varie tonalità di azzurro: l’azzurro nascente, l’azzurro celeste, l’azzurro fosco, l’azzurro perso, l’azzurro infernale e così via.

Questo procedimento era valido anche per il color leonino (nocciola), per la realizzazione del quale si impiegavano o le radici del noce o la corteccia di ontano.

 

Per il rosso e il giallo e per le tonalità che ne derivano era indispensabile invece pretrarre  il tessuto, affinché fosse pronto a ricevere il colore. Esso veniva immerso in una soluzione, composta da acqua acida e crusca, allume e tartaro rosso, dove veniva fatto riposare per alcune ore.

Terminata questa fase, nota in passato con il termine di “alluminazione”, il drappo veniva disposto all’interno di un sacco di tela e riposto in un luogo fresco per giorni. Solo allora il tintore preparava gli ingredienti coloranti.

 

Il kermes e la robbia venivano usati per dare ai tessuti una tonalità rossa, mentre il giallo poteva crearsi con la corteccia di frassino oppure con le foglie o di mandorlo o di pero.

Per colorare un tessuto di nero era necessario un diverso procedimento. Il tessuto doveva inizialmente essere azzurrato e una volta lavato, al fine di togliere ogni traccia di colore, veniva immerso in un liquido preparato con legno d’India, galla e verde rame. Tuttavia l’opera era conclusa solo dopo che il drappo, tolto da questa soluzione, veniva immerso in un bagno di “luteola”, che serviva a conferire buon risultato all’operazione.

 

Naturalmente il tintore, mediante la combinazione di due o più colori principali, era in grado di formare una serie infinita di colori. Ricordiamo infatti che dalla mescolanza del rosso e del giallo si otteneva l’arancione, mentre dal rosso e dal nocciola derivava il color cannella, al contrario il nero e il nocciola producevano il marrone e il caffè.

Da quanto descritto risulta che il mestiere del tintore era alquanto impegnativo e non privo di pericoli soprattutto per la salute.

 

L’aria chiusa colma di umidità e il fetore sprigionato da certe sostanze favorivano nei lavoratori l’insorgere di malattie polmonari e di problemi cutanei a causa della mancata traspirazione della pelle. A questi limiti si deve aggiungere l’attenzione e la premura che il tintore doveva rivolgere ai vari tipi di tessuto, ognuno dei quali richiedeva una cura diversa. Per questo motivo, già in passato, i tintori, consapevoli delle differenti esigenze di ciascuna stoffa, si specializzarono in un unico settore, orientandosi o verso la seta oppure verso la lana ed il cotone.

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