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Il Vetraio

 

I raggi di sole che filtrano attraverso le superfici invetriate, più o meno colorate, mettono in risalto l’abile arte dei maestri vetrai, i quali, oggi come ieri, si dedicano alla produzione non solo di oggetti d’uso comune, ma anche di veri e propri capolavori come le splendide vetrate policrome che abbelliscono gli edifici sacri.

 

Sebbene attualmente questo mestiere abbia subito notevoli trasformazioni a causa dello sviluppo industriale, tuttavia le botteghe artigianali, in cui rivivono le tecniche e le tradizioni del passato, non sono totalmente scomparse.

 

In esse vengono prodotti splendidi manufatti, che sono il frutto dell’esperienza, della fantasia e dell’abilità manuale dell’artigianato in grado di plasmare e dar forma ad una materia inconsistente.

Tralasciando tuttavia la descrizione delle moderne vetrerie e ricordando che l’uso di questo prodotto risale ai tempi antichissimi, è nostro interesse offrire alcune curiosità intorno a questo argomento.

Sfogliando le pagine del “Dizionario delle arti e de’ mestieri” (Venezia 1775) si ha un’idea di come fossero organizzate nel Settecento le botteghe dei vetrai, nelle quali la fornace, che poteva avere una forma rotonda, ovale oppure quadrata, rivestiva grande importanza. In essa, costruita in muratura e munita di bocche o aperture, venivano introdotti i “correggiuoli” (crogioli), ossia ampi recipienti atti a contenere gli elementi necessari alla formazione del vetro.

 

Per la sua produzione, infatti, erano indispensabili sia le materie saline (il sale di tartaro, il sale di potassio, il sale di soda), le quali permettevano di agevolare il processo di fusione e quindi di fabbricazione del vetro, sia quelle terrose, che potevano essere vetrificabili (i quarzi, il cristallo di roccia e le sabbie) o calcaree (creta e calce viva). Queste sostanze, sapientemente dosate, venivano fatte calcinare o “frittare” in appositi forni, affinché potessero perdere ogni traccia  d’umidità, dopo di che erano collocate all’interno dei crogioli, (essi potevano contenere kg. 900 di massa vetrosa), posti nella fornace.

 

Mediante il vigore delle fiamme, il materiale, contenuto nei recipienti, iniziava a liquefarsi, producendo sulla sua superficie delle opache scorie schiumose, note in passato con il termine di “fiele di vetro o sale di vetro”, le quali venivano eliminate con appositi cucchiai di ferro: le schiumarole. A questa fase, chiamata affinaggio, seguiva quella del riposo, in cui si assisteva ad un progressivo calo della temperatura così la miscela, diventando più densa, acquisiva maggior duttilità. A questo punto il vetraio era in grado di lavorare la massa vetrosa, dando libero spazio alla sua fantasia.

 

Dalla sua opera nascevano vasi, bottiglie e altri oggetti destinati all’uso comune.

Per realizzare queste opere in vetro, l’artigiano seguiva tappe specifiche: dopo aver prelevato una piccola quantità di materiale, liquefatto, con una canna da soffio e averlo arrotolato su di una piastra metallica, situata non lontano dal forno, iniziava a soffiarci dentro in modo che il bolo, incandescente e vischioso, situato nella parte anteriore della canna, incominciava a gonfiarsi e ad assumere un aspetto sferico, il quale non solo poteva essere modificato mediante l’aggiunta di altra massa vetrosa.

 

Sistemata la giusta quantità di materia sulla canna, alla quale il vetraio imprimeva un moto rotatorio, iniziava a prendere forma l’oggetto desiderato, per la fabbricazione del quale non potevano mancare gli stampi di ferro. Il vetraio, infatti, inseriva la materia vetrosa, distribuita sulla parte anteriore della canna (dentro la quale egli non smetteva di soffiare), all’interno di queste forme ferrigne, che conferivano all’oggetto la sembianza voluta. A questo punto il prodotto non era ancora completato, in quanto esso doveva essere sistemato nuovamente nel forno, in cui subiva un progressivo raffreddamento. Questa fase, detta di ricottura, era assai importante, in quanto serviva per  conferire al vetro maggiore solidità e resistenza.

 

Dobbiamo tuttavia ricordare che le creazioni di cui abbiamo parlato, oltre che trasparenti, potevano assumere colorazioni differenti mediante l’aggiunta di alcuni minerali nella miscela delle sostanze saline e terrose: l’ossido di ferro conferiva al vetro una tonalità verdastra, mentre quella azzurrina era ottenuta in passato con il “bleu d’azuro”.

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