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Il Votapozzo

 

“Il votapozzo è un artista, il cui lavoro consiste nel vuotare e nettare i pozzi, gli smaltitoi, le fogne, ec. Quest’arte benché sozza ed abbietta è nondimeno di grande utilità e vantaggio, avendo per oggetto la mondezza, e la pulitezza delle Città, e per conseguenza la salute degli abitanti.” Così è scritto in un manuale settecentesco, a proposito di questa figura professionale oggi del tutto scomparsa.

 

Quando nelle abitazioni non c’era ancora l’acqua corrente, chi poteva avere un pozzo in casa o nelle immediate vicinanze poteva ritenersi fortunato. Nelle città e nei borghi medievali, la cisterna era collocata per lo più al centro e garantiva l’unica riserva d’acqua che era disponibile a scopo alimentare ed igienico. Fuori dalle mura, in aperta campagna, i pozzi erano disseminati qua e la, e non sempre erano vicini alle case.

 

Ogni tanto era necessario provvedere alla loro pulizia per evitare gravi malattie, causate dall’assunzione di acqua sporca. A questo provvedevano i “votapozzi” che agivano sempre in coppia. Uno di essi dopo essersi passato intorno alla coscia, l’anello di una robusta corda, che l’altro teneva all’estremità, saliva sull’orlo del pozzo, abbracciava la corda del pozzo con entrambe le mani, e si lasciava andare giù, pian piano, appoggiandosi con la schiena e con le ginocchia alle pareti interne del pozzo.

 

Intanto, il suo compagno lasciava scorrere la fune alla quale era attaccata la coscia del “ripulitore”, facendo un po’ di resistenza per sollevarne il corpo e potere impedire la sua caduta, nel caso che la corda del pozzo si fosse spezzata. Quando il ripulitore era disceso il più possibile vicino alla superficie dell’acqua del pozzo, il suo compagno fissava l’estremità della fune a qualcosa di ben saldo. Il ripulitore nel frattempo, conficcava tra le pietre due grossi chiodi per ciascun lato del pozzo, servendosi di un grosso martello che aveva portato con se in una saccoccia.

 

Quindi con l’aiuto della corda della quale il compagno aveva fissato l’estremità, risaliva quel tanto che bastava per appoggiare i piedi sui chiodi. Mantenendo questa posizione, dopo che l’aiutante aveva fermato nuovamente l’estremità della corda che lo sorreggeva, procedeva alla pulitura del pozzo, servendosi di una cucchiaia di ferro traforata e dotata di un lungo e forte manico di legno, che il compagno gli aveva fatto arrivare attaccata ad uno spago. Affondando questo strumento nell’acqua, raschiava il fondo del pozzo per eliminare ogni tipo di immondizia che vi trovava e che riponeva nel secchio del pozzo, che il compagno provvedeva a tirare fuori. L’operazione si ripeteva tante volte quante fossero necessarie, e terminato il lavoro il votapozzo ritornava in superficie servendosi dei supporti che aveva usato per la discesa.

 

Oltre alla pulitura dei pozzi, era competenza dei votapozzi, svuotare le fogne. Questa esigenza era particolarmente sentita nelle grandi città, dove il rischio di epidemie era sempre presente. Procedevano dopo che la fogna era restata aperta per ventiquattro ore, e dopo che il mastro votapozzo l’aveva esaminata. Verso sera, una carro pieno di botti asciutte e dotate di un foro quadrato in uno dei fondi, giungeva nel luogo. Il lavoro si svolgeva durante la notte: gli addetti si calavano dentro la fogna e muniti di gerle tiravano fuori la materia putrida che veniva versata nelle botti, le quali erano state allineate nella strada e una volta piene venivano portate via e scaricate fuori dalle città.

 

Tali lavoratori dovevano svolgere queste operazioni nel modo più veloce possibile, perché la prolungata esposizione alle esalazioni secondo la medicina del tempo di tale materia, a lungo andare provocava la cecità. Un medico del Settecento, consigliava ai votapozzi, alcune precauzioni per preservare la vista, tra le quali c’era quella di coprirsi il viso con vesciche trasparenti, come erano soliti fare quelli che trattavano il minio, e di rimanere il meno possibile nei pozzi che pulivano, e in certi casi di cambiare mestiere e di dedicarsi ad altro per non essere costretti, per un guadagno infame, a diventare ciechi e a fare i mendicanti.

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