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Coloro che hanno visto all’opera il seggiolaio non lo possono dimenticare. Si vedeva da lontano che era un forestiero: vestiva con giacchetta e pantaloni a imbuto di velluto, calzettoni di lana grossa, scarponi da montagna e cappello di feltro verde.

 

Generalmente, le regioni di provenienza erano il Veneto e il Friuli. Giungevano nelle campagne urbinati alla fine dell’autunno, per ripartire solo agli inizi della primavera. La scelta di questo periodo, non è casuale; il lavoro veniva svolto quando la neve nelle montagne impediva loro ogni attività: dal pascolo al taglio dei boschi. Questo era il periodo più adatto per tagliare i tronchi utili al loro lavoro, perché dovevano essere di legno verde, per una migliore riuscita della sedia.

 

I seggiolai erano degli abili artigiani ambulanti, particolarmente apprezzati; giravano sempre in due o in tre, ma uno di loro passava per primo alle case sparse nella campagna, recando con se in spalla il modello di seggiola che poi erano in grado di realizzare. Dopodiché presa visione del lavoro, ripassavano per eseguirlo. Di commissioni ne avevano sempre tante, sia perché questo mestiere era sconosciuto e richiedeva grande abilità nel sagomare il legno, sia perché nelle già numerose famiglie contadine c’erano sempre nuovi nati e quindi occorrevano nuove seggiole che oltre a costare poco, fossero molto resistenti.

 

Poco importava se il loro aspetto era semplice, essenziale e un po’ rozzo, il canone estetico non aveva nessun valore per il contadino, costretto a guardare più alla sostanza delle cose che alla loro forma. Diversamente, i benestanti, acquistavano le sedie presso i negozi e direttamente dagli artigiani più qualificati per avere un prodotto più elegante e ben rifinito, adatto al loro stato sociale.

 

I materiali impiegati dai seggiolai ambulanti per la costruzione dei loro manufatti, erano facilmente reperibili. I legni più utilizzati erano l’acacia, ma anche il gelso e il ciliegio che venivano tagliati e lavorati subito, mentre i regoli, dalle parti nostre detti “cavie”, se li portavano già fatti, perché dovevano essere di legno stagionato. Il conta-dino procurava solo la “sgarza”, che trovava lungo i fossi e intorno alle pozze.

 

I seggiolai erano molto ben organizzati nel loro lavoro: uno procedeva a sbozzare i tronchi di legno dai quali si ricavavano le spalliere, le gambe, le stecche (era questa la parte più dura del lavoro perché richiedeva forza e abilità), gli altri eseguivano le operazioni rimanenti: facevano i fori con il trapano manuale, infilavano le spalliere e i regoli negli incastri. Non usavano nessuna colla, ma l’utilizzo di legno fresco, nel quale si incastravano i regoli stagionati, garantiva una tenuta sorprendente. Infine, terminavano la sedia intessendo con maestria il piano con la “sgarza”, dandogli forme geometriche.

 

Durante tutto il lavoro questi uomini della montagna parlavano pochissimo, quasi non volessero perdere tempo prezioso; era il contadino, semmai, che offrendogli un bicchiere di vino, interrompeva per un momento tanta frenesia. Se non riuscivano a terminare tutto in giornata, il villano ospitava in casa sua i seggiolai detraendo alla somma precedentemente pattuita, il vitto e l’alloggio.

 

La presenza dei seggiolai nei casolari continuava discreta per tutto l’inverno, ma con il migliorare della stagione ripartivano per la loro terra, in silenzio e senza troppi clamori come quando erano arrivati.

 





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