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GLI STAMPATORI DI DRAPPI

 

I tessuti, oltre ad essere a tinta unita, possono essere arricchiti ed impreziositi mediante splendide fantasie, la cui esecuzione è lasciata agli stampatori di drappi, che, in passato, svolgevano quest'operazione artigianalmente, avvalendosi di forme di legno o di rame oppure di pennelli. Tutti questi procedimenti richiedevano, però, la preparazione della stoffa, la quale doveva essere lavata prima in acqua tiepida, al fine di eliminare quello che un tempo si diceva l'apparecchio, e poi in acqua fredda.

 

Si procedeva in seguito alla "ingallatura", che consisteva nel versare delle noci di galla, sminuzzate finemente, all'interno di una tinozza, nella quale successivamente s'immergeva il drappo, che, dopo essere stato in ammollo per alcune ore, era strizzato e steso all'ombra. A questo punto la stoffa, asciugata, era pronta per essere ornata con motivi più disparati, nati dalla fantasia dell'artigiano, il quale, per la creazione di quelli, poteva utilizzare strumenti differenti, secondo il prestigio che egli voleva conferire alla sua lavorazione.

 

Solitamente per le tele più ordinarie si usavano stampi di legno (preferibilmente di tiglio o di pero) o di rame, sui quali erano intagliati od incisi, con appositi arnesi, i motivi, che dovevano essere riportati sul tessuto. Una volta che questo, infatti, era stato disteso sopra una tavola, lo stampatore, presa una matrice, la passava ripetutamente su un cuscino di crine, in cui era stato versato il colore. Questo, reso della giusta densità, mediante l'aggiunta della gomma arabica, veniva applicato in più riprese sullo stampo, al fine di ricoprirlo interamente. Seguiva la fase dell'impressione: lo stampo, appoggiato e premuto sulla stoffa, lasciava su di essa i suoi tratti.

 

Quest'azione veniva compiuta di nuovo fino a quando la superficie del drappo non risultasse tutta scoperta. Sullo sfondo si potevano così stagliare fantasie monocromatiche (se lo stampatore impiegava un solo colore), che richiedevano una lavorazione minore (ad esempio l'impressione del nero sul fondo bianco non richiedeva la "ingallatura" della tela) diversamente da quelle policrome, per le quali, invece, era indispensabile pazienza, destrezza e buona conoscenza nell'impiego delle sostanze coloranti. La cimatura di ferro, fatta bollire con acqua e aceto, dava tonalità ruggine, che, stesa sulla tela "ingallata", assumeva una colorazione nera.

 

Questo colore non richiedeva, tuttavia, particolari procedimenti come invece accadeva per il rosso, per il quale era necessario cospargere la tela con il mordente, formato da allume, soda ed arsenico bianco, al fine di fare attaccare successivamente il colore. Esisteva anche il mordente per il rosso chiaro, per il violetto e per il grigio-violetto. Una volta che questi erano stati distribuiti e si erano asciugati, la stoffa, affinché assumesse tutte le gradazioni del rosso, del violetto e del nero, era lavata ed immersa in un bagno di robbia e di cocciniglia. A questo punto seguiva l'immersione in acqua fredda e poi in acqua calda, in cui erano state aggiunte alcune manciate di crusca.

 

Dopo che il drappo si era asciugato, su di esso si potevano aggiungere, se il disegno lo prevedeva, l'azzurro, il verde ed il giallo. Per fare ciò era, tuttavia, indispensabile procedere alla fase dell'inceratura o "incamiciatura" della tela: su di essa, infatti, con un pennello veniva spalmato un misciglio di cera e sevo (sego) fusi, avendo cura, però, di lasciare liberi i punti che dovevano ricevere le successive colorazioni. Terminata l'applicazione dei differenti colori, la tela veniva lavata, asciugata ed inamidata. Accanto a queste tele d'ordinaria bellezza, vi erano quelle di straordinaria bellezza e raffinatezza, dipinte con pennelli, la cui esecuzione, poiché richiedeva una maggior abilità manuale e pazienza, era alquanto costosa.

 

 

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