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I CÉNCIA BRÉSCLE

 

Nei primi mesi invernali le ore di luce sono poche. La sera cala rapida e subito si fa notte. Una volta, quando l'energia elettrica non c'era, tutti i lavori terminavano al suono dell'Ave Maria. Al crepuscolo, il lungo e mesto suono della campana, richiamava alla preghiera: al ringraziamento di Nostro Signore per la grazia del giorno concesso. Era anche il momento della cena. Finito di mangiare, c'era l'abitudine, nelle nostre contrade, di andare a trovare i vicini: "A far la veglia", come si diceva. Così intere famiglie, partivano da casa: le donne portavano con sé i ferri per fare la maglia, i fusi o la rocca per filare.

 

Ci si incamminava in piccola processione; davanti qualcuno portava il lume. Si chiacchierava, durante il tragitto per rompere il silenzio e per rafforzare l'animo delle arcane paure. Ai più piccoli, venivano in mente i lugubri racconti delle sere precedenti e cercavano protezione in mezzo alla fila aggrappandosi alla sottana della madre. Evitavano di guardare in giro: il buio era fitto e in ogni caso, era meglio non vedere, anime vaganti dalle strane sembianze di animali, o uomini che improvvisamente apparivano per poi scomparire nel buio della notte, così come erano apparsi, senza proferire parola. 

 

Il percorso, se pur breve, alle volte sembrava lunghissimo e quanto sollievo all'apparire della meta. L'accoglienza era festosa, avere degli ospiti era un segno di considerazione e benevolenza e il padrone di casa ne andava fiero. Le donne cominciavano i propri lavori, mentre gli uomini iniziavano la consueta partita a carte. Briscola, tresette, scopone, impegnavano assiduamente i giocatori, sotto l'attenta osservazione degli astanti. Si alzava la voce, c'era qualche ingiuria, qualche imprecazione maledendo la sfortuna, ma poi tutto si placava.

 

A metà serata venivano serviti, per ferma stomaco, fave e ceci abbrustoliti o, a seconda delle stagioni, castagne e fusaia (lupini). A carnevale non mancavano i grascioletti (ciccioli) o, per i più raffinati, (sic?) i céncia brusclé, detti anche céncia brèg o céncia budèi o cinciangle, a seconda della località. Questi, non sono altro che budella del maiale poste a essiccare su per il camino e una volta pronte, venivano salate e cotte in graticola.


Quanlcuno sosteneva che il massimo del gusto lo si aveva masticando la cioncia, per la sua natura elestica e di difficile frantumazione. Questa, opportunamente salata, veniva appesa per l'essicazione su per la cappa del camino. Cotta sulla brace a piccole listarelle, veniva lungamente masticata per favorire il bere.


La cioncia è il termine dialettale con cui si definisce la vulva della scrofa, perciò da molti veniva schifata come cibo immondo, tanto che quando un boccone era di difficile deglutizione o di pessimo sapore, si esclamava: "E' come la cioncia".  A questo punto della "veglia" iniziavano i racconti, più o meno fantastici o i pettegolezzi.

 

I temi erano vari, ma l'attenzione maggiore era prestata alle storie sui misteri dell'oltretomba, sul demonio, sui presunti tesori. Magari erano sempre le stesse e stava all'abilità del narratore renderle più interessanti e coinvolgenti. Non mancavano le storie sui banditi come difensori della classi oppresse, di gente che toglieva ai rcchi per dare ai poveri. Racconti che nascevano più dall'esigenza di crearsi un paladino di giustizia, che da una oggettiva valutazione dei fatti. I banditi, in genere, erano delinquenti senza scrupolo. Il loro potere, fatto di minacce e blandizie, di interessate elargizioni, di ardite azioni a danno dei ricchi, affascinava la gente più umile, sottoposta a infinite angherie e a un potere padronale che non conosceva limiti.

 


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