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IL MOCO E LA VECCIA

 

La fame, con la "F" maiuscola, per secoli attanagliò i nostri antenati e costituì il principale problema dei nostri antenati. Per non andare molto indietro nel tempo, un secolo fa, la maggioranza della popolazione non mangiava sufficientemente e il cibo cob cui si nutriva, spesso, mancava del necessario equilibrio tra proteine, vitamine, sali minerali.

 

L'alta mortalità infantile e le epidemie, erano dovute non solo ad una scarsa situazione igienica ma soprattutto a gravi carenze alimentari. Solo le famiglie più facoltose potevano permettersi pane di farina di grano. La maggioranza della gente mangiava un pane composto da una miscela di farina di granturco e di frumento, ma il più delle volte, a questi componenti, si aggiungevano farina di ghianda torsoli di mais sfarinati, semola, fava e veccia. macinata.

 

Se dovessimo chiedere oggi a dei ventenni cos'è la veccia, pochi saprebbero risponderci. Eppure tutti, da piccoli hanno ascoltato e letto la favola di Pinocchio. Il burattino alla ricerca di Geppetto, dopo un giorno di viaggio sulla groppa di un colombo arrivò su una torre colombaia e avendo una grande fame si cibò di vecce. Vecce che prima gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: "... ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite, si voltò al colombo e gli disse: "Non avrei mai creduto che le vecce fossero così buone!"

 

Il primitivo "voltastomaco" di Pinocchio, può darci il senso del pessimo sapore del seme, eppure in quell'epoca era coltivato, non solo come becchime per i polli, ma anche per l'alimentazione umana. Un antico proverbio declama: "In tempo di carestia è buono anche il pan di vecce", per sottolineare che nel bisogno non si deve guardare tanto per il sottile.

 

La veccia (Viscia sativa) appartiene alla famiglia delle Papilionacee, ha fiori rossi o rosei a cui seguono dei baccelli di lunghezza variabile, dai due agli otto centimetri, contenenti dei semi che a maturazione si presentano rotondi e neri.

 

Normalmente, nelle nostre campagne, se si escludono gli ortaggi, si coltivava: frumento, granturco, orzo, cece, cicerchia, fava, veccia e moco. Spesso alle famiglie dei contadini il frumento bastava  per pochi mesi. Allora portavano al mulino miscugli più disparati (veccia, fava, granturco, ghianda) per farne miscele con farina di grano e semola.

 

Il pane che se ne ottenava era brutto a vedersi e tantomeno buono a mangiarsi: un vero e proprio mattone per lo stomaco. Ma come dice il proverbio, di necessità bisogna farne virtù. Il moco, ormai sconosciuto ai più, nelle zone dell'urbinate e del pesarese veniva chiamato con i nomi di corbello o cervia. A differenza degli altri vegetali sopra citati, non veniva coltivato per l'alimentazione umana (è tossico), ma per alimentare i volatili, soprattutto i piccioni. Assieme alla veccia, il moco, serviva per il sovescio e a rendere più fertili i terreni per la semina dei cereali.

 

Lathyrus cicera, questo il nome scientifico del Moco, appartiene alla famiglia delle Papilionacee. I fiori sono di colore rossastro, i frutti a legume contengono da uno a tre semi, simili ad un piccolo pisello. Oggi lo si trova, nato spontaneamente, ai margini dei campi o in terreni abbandonati.

 

 

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