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L'ARTE DEL VASELLAME


"Usano gli huomeni de l'arte de' vasi, nella città di Urbino, la terra che si coglie per il letto del Matauro... Il medesmo modo si tiene nella Terra di Durante, (nel 1636 Papa Urbano VII gli pose il nome Urbania) patria mia la quale da tre lati bagnia il detto Metauro...". Così si esprimeva alla fine del XVI secolo Cipriano Piccolpasso, durantino, autore di tre libri sull'arte della ceramica.


L'argilla, trasportata dalle piene del fiume, raccolta, percolata, lavorata e poi plasmata da sapienti e abili mani si trasforma in vasi, piatti, ciotole. Questi manufatti una volta decorati assurgono, spesso, a vere e proprie opere d'arte. Il XVI secolo ha visto la città di Urbino e Castel Durante primeggiare con le loro maestranze, nell'arte della ceramica, tanto che gli uomini di questa terra emigrarono in varie parti d'Europa per impiantare botteghe e insegnar l'arte della maiolica. Il Piccolpasso descrisse minutamente tutte le varie operazioni che necessitavano per arrivare al manufatto finito.


La raccolta delle terra, la lavorazione al tornio, gli attrezzi, le sostanze per comporre i colori e i mulini per macinare queste polveri, i forni, le decorazioni. L'elemento principale era la terra, la quale veniva trasportata dai fiumi che hanno dato origine dal nostro Appennino, infatti non solo il Metauro, ma anche il Foglia produceva dell'ottimo limo per l'industria della terra cotta.


Leggendo l'opera piccolpassiana apprendiamo che l'argilla e la creta sono alluvionali o di cava. Le prime vengono raccolte lungo i fiumi, specie d'estate, in quei ponti dove le piene hanno eroso le sponde, scoprendo gli strati sottostanti la superficie. Andava fatta molta attenzione, queste terre non dovevano contenere radiche, foglie e soprattutto sassi con calcina, essendo questi dannosi all'impasto. Di queste terre si facevano dei mucchi, che una volta essicati al sole, si trasportavano nei "terrai", buche scavate nel terreno dove l'argilla veniva ancora depurata, bagnandola più volte. Così si faceva dai nostri artigiani e lo si faceva anche in Romagna "come a dir Faenza, che tiene il primo luogo per conto de vasi", a Bologna, a Ferrara, in Lombardia. A Venezia si lavorava la terra di Ravenna, di Rimini e di Pesaro, che era considerata la migliore.


Usava scavare l'argilla anche nei terreni brulli collinari. La terra, dopo essere stata distesa su una tavola veniva battuta con un ferro piatto e lavorato a mano "a guisa che soglion fare le nostre donne la pasta per il pane, nettandola da ogni brotura. Et allora ch'ella si sente ben liscia tra le mani, allora dico, se ne formano palle e se ne fa una massa come meglio richiede l'arte. E quella poi sopra il torno lavorasi, o nella forma di gesso si distende". Ancora alla fine del secolo scorso si ricercavano cave di terra "netta". Infatti sulle colline alla destra del fiume Metauro, nelle località di Fratterosa, Barchi e Mondavio, paesi dove era ed è fiorente l'arte del vasellame comune, quando i contadini procedevano allo scasso per impiantare una nuova vigna, incontrando una falda di terreno adatto (priva di impurità e di calcare) la vendevano ai ceramisti.


Il momento più importante era la cottura del biscotto, del vaso grezzo, prima che subisse la decorazione e successive cotture: l'attenzione nel fare il fuoco, l'attesa del raffreddamento, "il cavar di vasellame", momenti irripetibili che i moderni forni elettrici hanno sgravato da tanti travagli. Non a caso il Piccolpasso, che tratta a lungo delle fornaci, e ne fornisce vari disegni, ne fa il momento culminante dell'operazione, ancor prima di illustrare i procedimenti dell'opera finita e cioè del formare, del dipingere o soltanto dell'applicare vernice piombifera con o senza aggiunte di ossidi coloranti.


Il Piccolpasso dedica particolare cura di descrizione nella preparazione dei colori: il verde, il giallo, il zalulino (giallo sporco con cui veniva orlato il vasellame), la zafera (o azzurro), il manganese (gradazione di bruno fino al nero). Ed era il manganese che caratterizza il vasellame "meno nobile" della valle del Metauro. Quel color melanzana che contraddistingueva gli antichi tegami di coccio della cucina della nonna. Proprio dal letto del fiume Metauro si estraeva il ciotolame contenente sali di manganese, che una volta calcinati venivano adoperati nel preparare il colore bruno.


I colori prima di poterli utilizzare, dovevano venir accuratamente macinati e setacciati e il mulino oltre alla macinazione serviva per la miscelazione delle polveri coloranti. I mulini potevano essere azionati da animali, o da persone ma senza dubbio i migliori erano quelli funzionanti ad acqua. Una girante azionata dall'acqua trasmetteva il moto, tramite ingranaggi di legno ad una o due piccole macine che rendevano impalpabili le polveri. All'epoca del Piccolpasso, in Castel Durante esisteva un mulino a trazione animale che, secondo il nostro scrittore, funzionava magnificamente. Agli inizi del XIX secolo, nella città durantina, alimentato dalle acque del fiume Metauro, funzionava un mulino per macinar colori. Costruito nel 1876 era di proprietà della famiglia Luzi che se ne serviva per i propri bisogni. Proprio questo mulino fu causa di una contesa, per un banale malinteso, fra Guidobaldo Luzi e il sammarinese Gaetano Zambelli, da molto tempo residente a Urbania e conduttore di una fabbrica di vasi.


Nauturalmente i colori venivano applicati con il pennello, per cui il Piccolpasso dedica un trattato su come costruirli: "E' da sapere che gli pennelli si fanno di due sorte di pelo cioè di pelo di capra e pel d'asino. Dell'asino si toglie il pel del crini e non di altrove. Della capra si toglie di quello che ha per il collo et in certi luoghi, per le coste e per i fianchi, tutto che egli sia lustro dritto e morbido e che non abbia del fievole. Questo cognoiosciesi quando, bagniato nel aqua e poscia piegato cossì con un dito, s'egli riman piegato ei non è buono ma s'egli torna dritto nel suo stato questo è buono. Molti sonno che, per fare gli pennelli suttili da dipingere gli istoriati, sogliono mescolarvi alcuni peli o vogliam dir mustacchi di sorci cioè quegli che se gli trovano dintorno al muso. Fatto questo legonsi sopra un'asta di legnio, o vogliam dire scuota di penello... tagliasi puoi nella sommità lassandoli grossi e sutili come pare a chi gli deve operare".


Fu un senese, certo Benedetto, che impiantò la prima fabbrica di ceramica in Castel Durante a metà del Quattrocento, facendo imparare l'arte a maestraenze del luogo non solo della plasmazione, ma anche in quella del disegno avvalendosi di cartoni dei grandi pittori toscani. Successivamente molti durantini emigrarono impiantando botteghe in Venezia, a Roma, nelle Fiandre, in Germania e nella Francia. Nel XVI secolo una delle più rinomate botteghe di maiolica urbinate la impiantò un durantino: Orazio Fontana vasaro e dipintore di vasi. Da Urbino, dove produceva maioliche di straordinaria bellezza, i suoi lavori partivano per le corti dei re e imperatori, dei principi e dei cardinali. Per tutto il Cinquecento le opere sfornate dalle botteghe urbinati e durantine ebbero sui mercati grande estimazione, fino a subire una certa decadenza durante il XVII secolo. L'arte sopravvisse, in Urbania, nei secoli seguenti, ma senza raggiungere quelle vette artistiche che contraddistinse il periodo rinascimentale. Durante il il XIX secolo, nella cittadina durantina, si cominciò a produrre stoviglie per iniziativa della famiglia Albani, che per più di mezzo secolo diede lavoro e prosperità alla gente del posto.

 


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